Thomas Jefferson Papers

To Thomas Jefferson from Philip Mazzei, 30 August 1804

Pisa, 30 Agosto, 1804.

N.B. L’inclusa lettera della Madre adottiva del Timpanari mi pervenne dopo la di Lui partenza da Livorno.

Il Latore della presente sarà il Cittadino Giuseppe Timpanari Viganó, benemerito e vittima della causa Repubblicana nei tempi trascorsi. Melzi, il Ministro incaricato del portafoglio degli Affari esteri, e il Cittadino Tassoni Ministro della Repubblica Italiana in Etruria, s’interessano caldamente per Lui; né potrebbero fare altrimenti, dicendo e scrivendo essi medesimi, che “i servigi da Lui prestati al Governo Cisalpino gli causarono una sentenza di morte, commutata poi in una prigionia in un carcere della Sicilia, che sarebbe stata perpetua senza il trattato di Firenze.”

Da tutto quel che ne so, arguisco, che l’abominevol fine d’una Rivoluzione che à costato fiumi di preziosissimo sangue, e la poca speranza, che si mantengano i languidi residui di governo repubblicano, che tuttavia esistono in alcune parti d’Europa, l’abbiano determinato a refugiarsi nell’unico Paese, dove si può non temere le catene del Dispotismo.

Questa è congettura; ma fondata su dati che lo dimostrano quasi geometricamente, e che mi ànno costato immensa fatica per raccapezzarli. Ò scritto più che S. Paolo ai Corinti per disotterrarli, poichè poco si può estrarre dalla sua bocca. La sua riserva eguaglia quasi la sua modesta.

Melzi, lo stima lo ama, e gli à somministrato mezzi d’ogni genere, onde pervenire al suo intento. Egli à intenzione di prender moglie in America d’iniziarsi sul commercio quale à cognizioni e fondi e anche d’applicarsi a qualche intrapresa letteraria, essendo molto colto e versato nelle scienze. Porta ben molte commendatizie; ma io non lo raccomando, persuaso che quel che ne ò detto, e dirò, avrà presso di Lei molto maggior peso d’una commendatizia.

Questo sorprendente giovane nacque in Silicia nel 1771 di parenti nobili e ricchi. L’ottimo Padre non risparmiò nulla per farlo educare nella propria casa, e instruire in tutto ciò che tende a nobilitare la mente dell’uomo. All’età di 18 anni fù incaricato dal Principe di Caramanico, Vicerè di Sicilia, dell’erezione di un Collegio nel centro dell’Isola per l’istruzione della gioventù in tutte le scienze, e della scelta dei Professori. Per dissipar le nebbie colle quali viene offuscata la nostra mente nell’età più tenera, e diriger la gioventù verso i veri, prese per se la cattedra del dritto di natura e delle genti, e la spiegazion del Vangelo. La massima circospezione, colla quale procedeva, non bastò per impedire al Pretismo di sospettarne le vedute. Fù accusato; si difese vittoriosamente; e la calunnia contribuì ad inalzarlo sempre più nella stima pubblica e del Governo. Ma la sempre inquieta Teocrazia, che sa piegare a tempo, senza mai cedere definitivamente, tornò tante volte all’attacco, e tanto l’inquietò, che dopo un’anno si dimesse, e volle sortirir del paese, non ostante le instanze del primo Ministro Acton per ritenerlo.

Siccome il Padre gli aveva fatto studiare anche la Diplomazia, volle andare in varie parti d’Europa per vederla in faccia.

E facile a comprendere, che lo stato delle cose a quell’epoca dovè introdurlo prima di tutto presso le persone che nutrivaano per i medesimi sentimenti dei nostri. Si trovò in Venezia nel tempo della Rivoluzione. Adorato dai Patriotti, e stimato dai Nobili prudenti e savi (nel numero dei quali erano vari Aristocratici di buona fede, com’Ella si ricorderà che n’erano anche in Francia) ei fù molto utile; e probabilmente vi sarebbe restato, se non seguiva l’infame tratato di Formio, (sul qual soggetto, il di Lei amico scrivente, che à sempre stimato Attico assai più di Cicerone, e coltivava l’orto, si espresse come segue:) “La pace di Formio e un nuovo monumento della pertinacia delle vecchie massime della volgar politica, proscritta dalle declamazioni dei repubblicani francesi, e religiosamente seguita dal Direttorio Esecutivo. Malgrado la Dichiarazione dei Diritti, l’Areopago di Parigi à trafficato della libertà veneta, come da altri si fece di quella della Pollonia. “Cadit persona, manet res.” E che rimaneé! Pochi furbi, che comandano a molti gonzi, che abbediscono.”

Il nostro Timpanari, dopo d’essere stato in molti luoghi della Germania e dell’Italia, dovunque stimato, e sovente impiegato in cose degne di Lui, fù chiamato a Milano dal Presidente del Direttorio del Repubblica Cisalpina, dove gli furono date commissioni importanti anche dalla Cispadana, e poi fù mandato dalla Cisalpina Incaricato d’Affari a Napoli. Fù ricevuto come tale; ma circa 8 mesi dopo, subito che sappesi la sconfitta della Flotta francese in Egitto, il che diede coraggio a quel Governo d’incarcerare il Ministro di Francia, fù anch’esso arrestato, e messo in un carcere sotterraneo in Sicilia, ove la sua situazione era tale da fargli desiderar la morte, alla quale fù poi sentenziato, quando il total roverscio delle armi francesi in Italia face credere a quel Governo di poter calpestare impunemente ogni diritto.

Qualche giorno prima della sentenza era stato a trovarlo il Teologo del Rè, il quale colla scusa d’andar per confessarlo, doveva persuaderlo ad abbandonar la strada che aveva preso, a scrivere in favor del governo monarchico, e promettergli emolumenti ed onori a sua richiesta. La costanza e la calma ch’ei dimostrò col ben ragionato rifiuto risvegliano dei sentimenti, che le parole non possono esprimere. Il Teologo, non potendo ottener nulla da una costanza, che poche possono eguagliare e niuna superare, l’attacco per la parte del cuore; gli disse che, uniformandosi ai benevoli sentimenti del Rè, avrebbe liberato dalle carceri il Padre, la Madre, i fratelli, e le sorelle, e ottenuta la restituzione di tutti i loro beni, oltre la benevolenza del Rè, che lo stimava infinitamente, e prometteva di dargliene delle prove sorprendenti.

Udita la disgrazia di tutta la sua famiglia, che ignorava intieramente, si sentì indebolire; ma presto rivenne da quel languido stupore, e confermò tranquillamente il suo rifiuto.

Letta che gli fù la sentenza di morte, chiese di potere scrivere ai suoi Costituenti a Milano, e alla Madre. Gli fù concesso di scrivere alla madre. Ei si espresse in modo da far comprendere, che considerava i suoi mali come ben compensati da una tanto gloriosa morte, a confortava i suoi a consolarsene sull’istesso principio. Si sa, che la povera madre non ebbe la consolazione di leggerla, poichè la Regina, dopo che l’ebbe letta, la strappò fremendo come una tigre ferita e difrendo “c’insulta anche morendo.”

La sentenza non fù eseguita, perchè il Marchesa del Gallo, del quale o quell’epoca i Governo di Napoli credè di poter’aver bisogno, fece comprendere, che (seguendo un cambiamento di cose) la morte di uno protetto dal diritto della genti metterebbe in pericolo la vita di tutti quei che vi avessero cooperato.

Egli aveva lasciata in vita quando incarcerato i Vecchi genitori, 4 sorelle nubili, la maggiore delle quali di 18 anni, e 3 fratelli uno dei quali maggiore di Lui. Il povero afflitto Padre, sentendo che l’affare del suo amato figlio prendeva cattiva piega, e che il sacrifie, dei propi beni non potevo salvarto, scrisse al Direttorio di Parigi e di Milano, e al Governo di Spagna, pregando che impegnassero altre Potenze a interessarsi per lui. Confidò le lettere al suo primogenito, il quale, imbarcatosi per andare al suo destino, fù arrestato, incarcerato come il suo fratello, e dopo 4, o 5 mesi fatto morire, non ò potesto sapere di qual morte. Lo sconsolato Padre, messo in un carcere simile a quello dei figli, all’età di 80 anni, morì, non si sa quando, nè come. Algli altri 2 fratelli riescì di scappare. La madre, e le 4 sorelle furono incarcerate, non in sotterranei, ma separatamente in 5 diversi paesi.

Erano già passati 2 anni che non vedeva la luce. Una sol volta il giorno vedeva il barbaro carceriere, poichè, per vederci egli stesso, portava necessariamente una lanterna accesa quando scendeva per gettargli un tozzo di pane, e riempirgli d’acqua una boccia. Questo fù il suo vitto per 4 anni, e i mobili un cantero e uno stramazzo pieno di paglia, in un luogo umido sotto, sopra, e nelle pareti, basso a segno da non potervi star ritto, lungo appunto quanto la sua persona e la meta largo, dove non potè mai ottenere assistenza di medico nella infermità, e neppure un cencio per levarsi d’addosso la marcia, che usciva dalle glandule delle fascie e di sotto l’ascelle, e da un tumore sul petto, che la grande umidità aveva fatto gonfiare e putrefare, e che la natura fece poi scoppiare, e finalmente guarire.

Escito di carcere (mediante il trattato di pace di Firenze) 2 anni dopo la sospensione della sentenza, gli fù dato un Passaporto concepito in maniera, da metterlo in pericolo di essere assassinato dovunque doveva passare per escire dello Stato Napoletano. Eccone il principio: “Si conceda il Passaporto al reo di Stato Sigr. Don Giuseppe Timpanari, di età di 30 anni, condannato sua vita durante in un carcere nel Castello di S. Caterina” &c.

Ella si ricorderà, che nella mia dei 6 xbre 1800, ragguagliandola della condotta dei Governi d’Italia, dissi: “Quel di Napoli ne à dato il primo esempio, ed è stato il più feroce.” Il fatto del Timpanari, benchè molto imperfettamente narrato, ne da sufficiente prova.

In consequenza del detto insidioso passaporto ricevè frequenti insulti fino ai confini del Regno; ma ebbe la consolazione di vedere, che i cari e numerosi Amici non l’avevano mai perduto di vista. Da per tutto gli vennero vestimenti, denaro, e soccorsi d’ogni genere, senza aver mai potuto sapere d’onde procedevano, la ragiione di che può arguirsi da quel che segue. Nel tempo della sua prigionia era seguito l’istesso. Nulla poteva pervenirgli, se non per mezzo del Carceriere, che riceveva sempre un buono sbrufo di denaro per il piccolo incomodo di portargliene e per conservane il segreto. Questo scellerato non gli diede mai nulla, e accusò i donatori che tutti sparivano senza che il povero Timpanari abbia mai potuto sapere cosa ne sia stato. Ma non è da maravigliarsene; poichè non ostante tutti i possibili mezzi impiegati per aver notizie della madre e delle sorelle, non à potuto saper’altro, se non che fù resa loro la libertà mediante il trattato di Firenze.

Ci vorrebbero dei volumi per narrare le accoglienze che ricevè, subito che messe i piedi sul territorio che porta il nome di Repubblica Italiana, e soprattutto in Milano, dove dai coniugi Viganò, il marito di 50 anni e La moglie di 47, persone molto rispettabili e facoltose, che non avevano avuto prole, nè potevano averno, fù adottata per figlio, ed erede. E siccome la legge non permetteva l’adozione prima d’aver compiti i 60 anni, fù derogato in questo caso per decreto del Governo.

Viveva il nostro futuro Concittadino tralle braccia e nel cuore del nuovo Padre e della nuova Madre, da Lui ben corrisposti per genio come per gratitudine, amato e stimato universalmente, sovente occupato in affari interessanti, destinato ad occupare uno dei megliori posti diplomatici, e a sposare un’amabilissima giovanetta, degna di Lui, quando un fatto inaspetatto gli fece sentire la necessità di procurarsi un’asilo negli Stati Uniti.

La prima persona a cui lo comunicò, fù quella che doveva sposare. Il doloreinesprimibile non impedì a quella degna creatura, dopo molte lagnanze, di riconoscere nei di Lui sentimenti la ragionevolezza della sua risoluzione. Andò poi ad aprire il suo cuore al sopradto. Ministro del Portafoglio, di Lei fratello, amicissimo suo, giovane di sommo merito. Gli confidò, che un comune Amico loro amava la sua sorella, ed ambidue si adoperarono per disporla ad acettarlo per consorte. Molte furono le repulse; dettate da quella passione che troppo si sente e non si definisce punto; ma finalmente riescirono a persuaderla.

La condotta di Melzi, riguardo a Timpanari, è stata tale in tutti i tempi, che basterebbe sola per farne ammirar la mente e adorare il cuore. Quella dei Coniugi Viganò coll’adottato figlio, al punto della separazione, non permette di tener gli occhi asciutti.

Ecco la troppo succinta, e male abbozzata istoria, di questo interessantissimo soggetto, che viene a vivere e morire in Patria Libera! Le mie circostanza non mi permettono (almen per ora) d’accompagnarvelo! Tutto Suo, &c.

P.S. La prego di far leggere questa lettera lugubre anche a Mr. Madison, affinchè sia informato del carattere del Latore prima di trattar con Lui.

Il Timpanari stiede in casa mia fino al giorno dell’imbarco. La sua madre adottiva (che era bravissima Pittrice in miniatura) gli mandò il ritratto di Melzi e il suo proprio in uno scatolino alla Dogana di Firenze, che per isbaglio fù portato a quella di Livorno. Lo condussi meco a Livorno, e mentre faceva ricerca dello scatolino andai ad abbracciare il Direttor Mugnai mio carmo. Amico. Al ritorno Lo trovai cogli ochi lagrimosi baciando il ritratto di sua madre. Segui l’intesso a me, che ne sapevo già l’angelico carattere. Pochi giorni dopo la di Lui partenza ricevei da Lei l’inclusa lettera di ringraziamento.

It.

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